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Home » Storie curiose della Medicina » Il destino dei neonati malformati nell’antichità

Il destino dei neonati malformati nell’antichità

Storie curiose della medicina. Rubrica a cura di Antonio Citarella

di Gabriella Montanaro
14 Giugno 2025 21:24
in Storie curiose della Medicina
Tempo di lettura: 3 min di lettura
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Nella Roma Antica, così come nell’antica Grecia, i bambini neonati non erano considerati persone e dunque, molto spesso, venivano uccisi oppure venduti. Il capofamiglia poteva rifiutare di allevare il proprio figlio non riconoscendolo e, quindi, dichiarandolo indesiderato. L’usanza stabiliva che il padre riconoscesse il suo bambino, preventivamente posto ai suoi piedi, sollevandolo e prendendolo in braccio; se ciò non avveniva significava che lo abbandonava. Un triste destino spettava ai neonati non riconosciuti perché venivano lasciati in luoghi ostili ove morivano di fame e di freddo e quindi, se non vi era chi li raccogliesse, morivano di fame e di freddo o, addirittura, divorati da bestie feroci. Se qualcuno raccoglieva questi bambini non lo faceva certo per pietà ma, di solito, per crescerlo come schiavo o avviarlo alla prostituzione o, addirittura, per utilizzare il suo corpo per farne magie. Sappiamo di ritrovamenti nelle fognature romane, di ammassi di ossa appartenute a neonati, abbandonati e poi buttati, appunto come residui e immondizie.

A Roma i bambini indesiderati per i motivi più svariati venivano, a volte, gettati dalla rupe Tarpea.  Seneca, filosofo romano, riteneva lecito che i neonati alla nascita, se malformati, fossero eliminati annegandoli. Lo storico Tacito accusava i Giudei ai quali era proibito dalla loro legge sopprimere uno dei figli dopo il primogenito, di avere usanze “sinistre e laide”. A Sparta, i neonati venivano portati davanti al loro padre o al consiglio degli anziani per il riconoscimento. Gli anziani sceglievano i più forti abbandonando i più deboli o malformati. Questi venivano lasciati morire alle intemperie o precipitati dal Monte Taigeto che faceva parte di una catena montuosa del Peloponneso. I bambini sani venivano poi cresciuti dalle loro madri in maniera dura abituandoli a non lamentarsi e a non avere mai paura. Platone e Aristotele erano entrambi favorevoli, in determinati casi, all’infanticidio.

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Gli antichi Romani perseguivano infatti, con ossessione, l’obiettivo di avere una società sana senza deformità per cui i neonati, qualsiasi fosse la loro anomalia, dovevano essere eliminati. La presenza di «mostri» tra la popolazione «normale» non serviva a nessuno. Si pensava che le anomalie fossero il segno di una “ribellione della natura” o anche la vendetta degli dei. Nel De Rerum Natura di Lucrezio (Libro V parte I) si legge infatti che   ” …e anche molti portenti allora la terra tentò di creare, nati con facce e membra strane: l’androgino, che sta tra i due sessi, e non è né l’uno, né l’altro, ma è lontano da ambedue; alcune creature prive di piedi, altre mancanti, a loro volta, di mani, o anche mute senza la bocca, o ch’erano cieche senza gli occhi, o avviluppate in tutto il corpo per l’aderire delle membra, sì che non potevano fare alcunché, né muoversi verso alcun luogo, né evitare un danno, né prendere ciò che era necessario”.

Peter Singer bioeticista laico sostiene con forza l’idea che l’antica consuetudine dell’infanticidio la riscopriamo, anche oggi, in coloro che praticano legalmente l’aborto. Ritornando a quanto avveniva a Roma,  a proposito di neonati deformi ricordo che esistevano le ”Leggi delle XII Tavole” che rappresentavano  un corpo di leggi, compilato nel 451- 450 a.C., contenenti regole di diritto privato, di diritto pubblico e di diritto sacro. Oggi sono considerate tra le prime codificazioni scritte del diritto romano. Vi si legge: “Un neonato deforme può essere ucciso subito”. Romolo, infatti, concedeva ai padri di figli nati con qualcosa di anomalo o di mostruoso di sopprimerli. Concedeva però di sopprimere anche le figlie secondogenite. Queste perché erano di cattivo augurio ed i primi perché erano inutili per la patria. Romolo, pur confermando il diritto che il padre eliminasse i figli malformati, stabiliva che i genitori potessero disporre del proprio figlio malformato o malaticcio non prima che questi avesse raggiunto i tre anni di età. La soppressione di un bambino malformato diventava comunque necessaria in caso di figlio illegittimo o di immaturità. Il bambino, in altri casi, doveva essere soppresso per motivi di magia stabiliti dagli aruspici se, ad esempio, la sua nascita avveniva in giorni nefasti o sotto auspici maligni. Era però legittima l’eliminazione se la nascita capitava in un periodo di pubblica calamità o se vi fosse stata l’impossibilità da parte dei genitori a mantenere il nuovo nato per motivi economici.

La pratica dell’infanticidio non veniva seguita solo a Roma o a Sparta ma era diffusa un po’ dappertutto nel mondo antico, dalle isole polinesiane al Giappone dove, per mantenere l’equilibrio tra risorse alimentari e la popolazione, i bambini indesiderati, dopo la nascita, venivano eliminati. In Giappone l’infanticidio era ampiamente praticato non solo dai contadini, che potevano contare su modesti appezzamenti di terreno, ma anche dai benestanti. Con la diffusione del Cristianesimo, però, in buona parte del mondo l’aborto e l’infanticidio divennero culturalmente inaccettabili, e quindi fenomeni molto più rari e circoscritti. Nacquero opere di carità e di assistenza per i bambini abbandonati e per le famiglie in difficoltà (orfanotrofi, brefotrofi, ruote degli esposti…).

Nel Concilio di Nicea del 325 fu decretata l’istituzione di brefotrofi per i bambini deformi e abbandonati e inoltre, a partire da Costantino il Grande, furono emanate leggi che vietavano l’infanticidio e disponevano aiuti per le famiglie bisognose per evitare che ricorressero all’infanticidio o alla vendita dei loro figli per motivi economici.

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