C’è un momento in cui lo sport smette di essere passione e diventa soltanto fattura. Quel momento, nel basket italiano, è già arrivato da tempo. E il problema è che adesso non fanno nemmeno più finta di nasconderlo.
Le società spendono quasi o più o meno un milione di euro tra roster, trasferte, palazzetti, staff, settore giovanile e logistica per disputare un campionato di Serie B Nazionale. Un’enormità per piazze che vivono di sacrifici, sponsor locali, imprenditori del territorio e tifosi veri. E mentre i club arrancano per sopravvivere, c’è chi continua a bussare alla porta soltanto per incassare.
La Lega Nazionale Pallacanestro oggi sembra diventata un enorme centro di costo, soldi per tutto: quote, obblighi, tasse mascherate, servizi imposti, piattaforme imposte. E in cambio? Arbitraggi molto spesso indecorosi per categorie dove ormai si investono cifre da professionismo pieno. Ogni domenica squadre, dirigenti e tifosi devono assistere a prestazioni arbitrali non all’altezza di campionati che meritano ben altro livello di competenza e preparazione.
Eppure il conto arriva sempre puntuale. Circa due decine di migliaia di euro all’anno per una piattaforma streaming per cadauna partecipante, LNP Pass, che in molti casi ha mostrato problemi tecnici continui, blackout, qualità discutibile e disservizi mai realmente compensati. Con società costrette a pagare senza avere alcun potere decisionale. Senza concorrenza, senza libertà, senza scelta.
La domanda è semplice: perché? Perché una società non può gestire autonomamente i propri diritti streaming? Perché non può affidarsi a produzioni locali, televisioni territoriali, sponsor del territorio, pubblicità cittadine? Perché realtà come Caserta, Pesaro, Latina, Rieti, Montecatini, Livorno etc, dovrebbero essere obbligate a legarsi a pacchetti nazionali che spesso ignorano completamente il valore e l’identità delle piazze storiche?
A Caserta non interessa nulla di vedere marchi calati dall’alto che non hanno alcun legame con il territorio. A Caserta interessa il basket. Quello vero, quello popolare. Quello che riempiva il PalaMaggiò facendolo diventare un inferno sportivo. Quello che portò una piccola città del Sud Italia a conquistare uno scudetto che, ancora oggi dopo 35 anni, resta unico.
E invece il nuovo corso sembra avere un solo obiettivo: trasformare il basket in un prodotto senz’anima.
La prossima stagione rischia di essere ancora peggiore. Si dice che alle società di Serie A2 verrà chiesto di versare circa il doppio di quelle di B Nazionale (che già è tantissimo rispetto al pessimo prodotto che gli ritorna) per aderire obbligatoriamente a una nuova piattaforma gestita dalla stessa realtà dietro la nuova LBA TV. Obbligatoriamente. Non “se vuoi”, non “se ti conviene”. Obbligatoriamente!!
Una cifra che in molte piazze equivale a mesi di stipendio di un giocatore. Oppure al futuro del settore giovanile. Alla manutenzione di una palestra. A minibasket gratuiti per i bambini. A investimenti reali sul territorio. Ma evidentemente oggi conta altro: conta centralizzare, controllare, monetizzare.
E intanto il basket italiano perde pezzi della propria storia
C’erano Varese e Cantù che si odiavano sportivamente davanti a palazzetti incandescenti. C’era la Pesaro di Scavolini che sfidava le grandi metropoli. C’era la Treviso di Benetton. C’era la Siena dominante. C’era la Sassari del triplete. C’era la Juvecaserta capace di portare il Sud sul tetto d’Italia.
Oggi quelle storie vengono trattate quasi come fastidi romantici di un basket antico che deve lasciare spazio ai bilanci, ai format, alle piattaforme, ai pacchetti commerciali. Ma senza quelle storie il basket italiano non vale niente!!! E ripetiamo…..senza quelle storie il basket italiano non vale niente!!!
Perché la gente non si innamora di una piattaforma streaming. Non si innamora di uno sponsor che neanche c’è nei dintorni perchè casomai quello sponsor neanche vuole investire in quella città. La gente si innamora delle bandiere, delle rivalità, delle trasferte, dei palazzetti bollenti, delle città che vivono la squadra come un pezzo della propria identità. Il problema è che chi governa oggi questo movimento sembra averlo dimenticato completamente.
E adesso incombe anche un altro pericolo, forse il più grande di tutti: l’ombra della NBA in Europa e in Italia
Ci raccontano che sarebbe progresso, evoluzione, modernità. Certo, economico senz’altro. Ma per le piazze storiche italiane rischia di essere una sentenza definitiva. Perché una eventuale NBA Europe non nascerebbe per salvare il basket italiano. Nascerebbe per divorarlo, come sta accadendo oggi.
Le grandi città attirerebbero investimenti, sponsor e televisioni. Le piccole e medie realtà verrebbero lasciate ai margini. Il rischio è chiarissimo: creare un basket elitario, chiuso, senz’anima, dove conta soltanto il mercato e non più il territorio.
E allora che fine farebbero Caserta, Avellino, Pesaro, Cantù, Biella, Forlì, Ruvo, Livorno, Montecatini, Brindisi, Latina o decine di altre piazze che vivono di passione vera? Che fine farebbe il sogno sportivo?
Perché il basket italiano è sempre stato bello proprio per questo: la provincia che sfidava i giganti. La città operaia contro la metropoli. Il palazzetto piccolo ma infernale contro i milioni delle grandi società.
Con il modello NBA invece conterebbero soltanto bacino economico, investitori e mercato televisivo. Il merito sportivo diventerebbe un dettaglio. E per noi sarebbe la morte certa del basket italiano che abbiamo amato.
Perché senza promozioni vere, senza favole sportive, senza identità territoriali, il basket diventerebbe soltanto uno spettacolo costruito a tavolino. Freddo, artificialmente perfetto, ma vuoto.
Messaggi devastanti sul piano sportivo e morale
E intanto, mentre si parla di business, franchigie e investitori stranieri, il basket italiano manda anche messaggi devastanti sul piano sportivo e morale.
Le dichiarazioni di Andrea Bargnani sul ritorno della Serie A a Roma fanno riflettere. Perché dietro tutta la retorica romantica della Capitale che “torna nel grande basket”, resta una verità enorme: quella squadra non ha conquistato nulla sul campo. Nessuna promozione. Nessun percorso sportivo. Nessun merito. Semplicemente è stato comprato un titolo sportivo e trasferito. Punto. E mentre la vera Virtus Roma, quella storica, quella che ha vinto uno scudetto e perfino una Coppa dei Campioni, combatte in B Nazionale cercando di guadagnarsi sul parquet la promozione in A2, altri arrivano direttamente in Serie A1 grazie ai soldi, agli investitori e alle operazioni finanziarie.
E allora viene spontaneo chiedersi: che messaggio stiamo dando ai tifosi, ai giovani e alle società che fanno sacrifici veri? Che il merito sportivo non conta più nulla? Basta pagare e si può comprare tutto? Dichiarazioni del genere sono vergognose non perché arrivino da un ex campione NBA, ma perché raccontano perfettamente il basket moderno che molti tifosi rifiutano: un basket dove il denaro conta più della storia, della passione e della meritocrazia.
“La NBA verrà in Europa per arricchirsi”
Ed è proprio per questo che fanno rumore le parole di autentiche leggende come Dan Peterson e Bogdan Tanjevic. Due uomini che il basket lo hanno costruito davvero, e che hanno lanciato un allarme chiarissimo contro la NBA Europe.
Peterson è stato brutale: “La NBA verrà in Europa per arricchirsi”. Una frase durissima ma tremendamente reale. Perché il rischio è esattamente quello: utilizzare città storiche e mercati importanti come strumenti commerciali, svuotando completamente il significato sportivo del basket europeo.
Tanjevic lo ha detto altrettanto chiaramente: gli americani pensano di venire in Europa per guadagnare, sbagliando.
E persino Valerio Bianchini, pur coinvolto nel progetto Roma, ammette indirettamente un concetto inquietante: alla fine solo una squadra potrà entrare nella futura NBA Europe. Tradotto: il basket del futuro rischia di essere una selezione economica, non sportiva. Non conteranno più le imprese, le province, le favole sportive. Conteranno solo mercato, investitori, arene e fatturato. E allora sì, il rischio è enorme: uccidere definitivamente il basket italiano che abbiamo amato per decenni.
I problemi veri, altro che NBA
Si parla continuamente di crescita, innovazione, business, modernità. Però intanto le società continuano a faticare per chiudere i bilanci, i tifosi si allontanano e i costi aumentano senza sosta. E la sensazione è devastante: il basket italiano sta diventando uno sport pensato per chi lo amministra, non per chi lo ama.
A noi questo basket non piace. Non piace il basket del Dio denaro. Non piace un sistema che toglie ossigeno alle società storiche invece di aiutarle. Non piace vedere realtà che investono anima e soldi essere trattate soltanto come bancomat. Non piace un modello dove le decisioni arrivano dall’alto e il territorio conta sempre meno.
Il basket italiano era bello perché apparteneva alla gente, alle province, alle città operaie, alle curve, alle famiglie. Ai bambini che sognavano guardando il PalaMaggiò, il Pianella, il Palaverde o il PalaSerradimigni.
Adesso invece sembra diventato soltanto un enorme contenitore commerciale dove chi non ha milioni da bruciare parte già sconfitto. E la cosa peggiore è che tutto questo poteva essere evitato.




















