Caserta tornerà probabilmente alle urne nella primavera del 2027. Ma più che l’attesa di una nuova stagione amministrativa, in città si respira una sensazione diversa: stanchezza, diffidenza, e in molti casi una vera e propria disillusione verso la politica.
Un passaggio delicato per una città che negli ultimi anni ha vissuto uno dei momenti più difficili della sua storia amministrativa: lo scioglimento del Comune per infiltrazioni della criminalità organizzata.
Proprio per questo motivo, le prossime elezioni amministrative vengono osservate con grande attenzione dai cittadini. Ma accanto alle aspettative cresce anche una diffusa sfiducia verso la politica locale.
Perché osservando i movimenti che precedono il voto, la sensazione diffusa è quella di assistere all’ennesimo giro della giostra politica: nuovi slogan, nuove promesse, ma spesso gli stessi protagonisti.
Le prossime elezioni, peraltro, non sono nemmeno una certezza nei tempi. Caserta tornerà alle urne probabilmente nella primavera del 2027, ma tutto dipenderà dalla durata della gestione commissariale e dagli sviluppi giudiziari ancora aperti. Sullo sfondo resta la possibile mossa dell’ex sindaco Carlo Marino, che potrebbe rivolgersi al Consiglio di Stato contro la decisione del TAR che ha confermato lo scioglimento.
Ma al di là dei tempi e delle aule giudiziarie, il punto politico è un altro, ed è molto più netto. L’ultima amministrazione, prima ancora dello scioglimento per infiltrazioni della criminalità organizzata, è ricordata da una parte significativa della città, e non solo, come un sistema dove i doveri erano per molti e i diritti per pochi. Per i soliti noti, per gli amici, per gli amici degli amici.
Una gestione del potere che, agli occhi di tanti casertani, ha dato l’impressione di premiare appartenenze e relazioni più che merito e interesse pubblico. Un modello che ha alimentato sfiducia, distanza e quella sensazione, ormai radicata, che la politica locale funzioni come un circuito chiuso, accessibile solo a chi ne conosce le regole non scritte.
E oggi, a distanza di poco tempo, da quello stesso perimetro politico ci si prepara a tornare in campo. Gli stessi nomi, le stesse filiere, gli stessi equilibri. Con una differenza: questa volta si presentano come soluzione.
È qui che il cortocircuito diventa evidente. Perché se il problema era dentro quel sistema, è difficile immaginare che la soluzione possa arrivare dagli stessi protagonisti. Eppure è esattamente questo lo scenario che si profila: una nuova campagna elettorale costruita su promesse di cambiamento, affidata però a chi quel cambiamento non lo ha prodotto quando ne aveva il potere, prendendo come unico responsabile l’ex sindaco, Carlo Marino.
Anche la struttura politica di quella stagione amministrativa racconta molto. Una maggioranza eterogenea, tenuta insieme più da equilibri interni che da una visione comune, dove incarichi, rimpasti di giunta e presidenze di commissione sono apparsi spesso come strumenti di compensazione, se non di distribuzione, piuttosto che come scelte orientate all’efficienza e al governo della città.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ed è la ragione per cui, oggi più che mai, la vera discontinuità non passa dagli slogan, ma da una scelta molto più semplice e molto più radicale: cambiare davvero classe dirigente.
Ci sono poi i nuovi protagonisti, quelli che affacciati al balcone aspettano a buttarsi nella mischia. Sono nuovi ma in realtà sono vecchi, risaputi, per anni già hanno avuto il loro tempo, ma nulla è cambiato.
Tra questi spiccano figure del centrodestra dell’attuale Governo nazionale come Cangiano, Cerreto, Zinzi, nomi che da anni occupano posizioni rilevanti nei partiti, nelle istituzioni e negli equilibri del territorio. Politici che hanno avuto tempo, ruoli e influenza per incidere davvero sulle sorti di questa provincia.
Non si tratta di attribuire responsabilità assolute a un singolo schieramento, anche il campo progressista o quella che si vuole far passare per attuale sinistra, ha spesso mostrato limiti, divisioni e scarsa capacità di costruire un’alternativa convincente.
Tuttavia è innegabile che una parte consistente del potere politico territoriale negli ultimi decenni sia passata proprio per le mani di esponenti del centrodestra. Mani che, volenti o nolenti, hanno contribuito a plasmare l’attuale situazione della città e della provincia.
Ed è proprio qui che nasce la domanda più semplice, e forse la più scomoda: dopo tanti anni di presenza politica, cosa rimane oggi al cittadino casertano?
Perché la realtà quotidiana certifica una città che continua a fare i conti con problemi strutturali: servizi carenti, difficoltà nello sviluppo economico, un tessuto urbano che fatica a rinnovarsi e un rapporto sempre più fragile tra cittadini e istituzioni. Problemi che non sono nati ieri, ma che si trascinano da anni mentre la politica locale continua a presentarsi, a ogni tornata elettorale, come se fosse sempre la prima volta.
Eppure, anche questa volta, la narrazione sembrerebbe già pronta: nuovi programmi, nuove promesse, nuovi progetti di rilancio. Parole che si ripetono da decenni – “sviluppo, rigenerazione, legalità, futuro” – si rispolvereranno. Ne verranno messe a lucido altre, come “Ex Macrico, Policlinico, Palazzetto dello Sport, Nuova stazione ferroviaria“, mentre la fiducia dei cittadini continua lentamente a erodersi.
Il vero nodo delle amministrative del 2027 non sarà soltanto scegliere un sindaco o una maggioranza. Sarà capire se la politica locale è davvero disposta a fare i conti con il proprio passato recente. Perché dopo uno scioglimento per camorra non basta cambiare slogan o coalizione: serve dimostrare di aver compreso fino in fondo la gravità della crisi istituzionale che la città ha attraversato. E chi non ne è in grado, si faccia, per il bene della città, da parte.
Se davvero Caserta vuole cambiare, deve decidere se continuare ad affidarsi a chi ha già avuto tempo, ruoli e responsabilità, oppure se interrompere, una volta per tutte, un meccanismo che negli anni ha prodotto più sfiducia che risultati. Non esistono più alibi. E nemmeno “seconde” occasioni da concedere alla stessa politica.
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