Alcune settimane fa scrissi circa le modalità dell’allattamento di un neonato ad opera di una donna, diversa dalla madre, nel caso che questa si trovasse nell’impossibilità di allattare il proprio bambino. Sappiamo che migliaia di anni prima della nascita di Cristo e poi con i Greci, i Romani, gli Arabi e fino a tempi assai vicini a noi, vi era l’usanza di nutrire un neonato con latte di animale nel caso che, per le ragioni già dette, la madre fosse stata impossibilitata a farlo. Per quanto riguarda il tipo di latte da usare leggiamo nel Regimen Sanitatis Salernitanum del secolo XIII quanto segue:
Giova al tisico il caprino Latte e poscia il cammellino. Nel nutrir, sopra ogni greggia Quello di asina primeggia, Quello di vacca è pur nutriente, quello di pecora ugualmente.
Nel secolo sedicesimo nel Tesoro della Sanità di Castor Durante da Gualdo si legge che il latte più pregiato è l’umano, il secondo il bovino, il terzo il pecorino, il quarto è il caprino e l’ultimo è il bufalino. Sin dall’antichità l’esperienza popolare riteneva che il metodo migliore per assicurare al neonato un’alimentazione adeguata fosse quello di farlo attaccare direttamente alle mammelle degli animali che già fornivano il loro latte per l’alimentazione degli adulti. La mitologia abbonda di esempi del genere. Ci è stato tramandato che Giove, Esculapio ed Egisto furono allattati da una capra; Pelia, figlia di Nettuno da una giumenta; Cirno, figlio di Polipaos, da una cagna, Orione da un’orsa, Telefo figlio di Ercole da una cerva, Romolo e Remo da una lupa. Nel 1816 il medico tedesco Conrad Zwierlin, pubblicò un libro La capra come migliore e più gradevole balia. Questo medico, a conforto delle proprie affermazioni, sottolineava l’abitudine domestica della capra per cui essa si abitua al poppante, la buona conformazione delle mammelle e le giuste dimensioni dei capezzoli.
Andrea Bianchi pediatra dei primi anni dell’Ottocento, affermava che la capra era da preferire agli altri animali perché si presta volentieri e si affeziona al bambino per cui, appena ne sente il vagito, corre e si mette in posizione facile perché questi possa succhiare. Il latte di capra, inoltre, mantiene le sue proprietà nutritive nonostante l’esposizione all’aria o al freddo. Il latte della capra è denso e per evitare questo inconveniente occorre scegliere una capra che abbia partorito di recente e che si nutra esclusivamente di vegetali acquosi. Durante la peste di Milano, secondo quanto scrisse il Cardinale Borromeo nel suo testo De miserandis casis, i tanti piccoli che si trovavano nel lazzaretto rimasti senza la mamma furono nutriti da balie volontarie ma, soprattutto, da capre. Queste appena sentivano il vagito di un neonato si precipitavano quiete e docili accovacciandosi per porgere le loro mammelle. Anche le asine si prestavano molto bene all’allattamento dei bambini malati in quanto resistenti alle malattie infettive, perché docili e per il volume delle loro mammelle Un’asina, inoltre, era capace di assicurar ad un bambino tre pasti al giorno per un anno.
Dopo il 1500, con il diffondersi della sifilide, molte donne rifiutarono di allattare bambini con lue congenita e allora, anche per questi lattanti, furono adottate le varie forme di allattamento artificiale con suzione diretta dalle mammelle degli animali. Il latte assunto direttamente dall’animale aveva il pregio di essere incontaminato e fresco. Questa pratica continuò fino all’inizio del XX secolo. Esisteva anche una pratica inversa cioè l’allattamento di piccoli animali da parte di donne che già allattavano un bambino. Nell’Europa preindustriale le ricche dame, per attenuare la tensione mammaria, si facevano succhiare il latte, direttamente dai capezzoli, da gattini o cagnolini. A volte capitava vi fossero donne che allattavano dei cuccioli rimasti orfani della loro madre. Sappiamo, inoltre, che era costume di donne indiane nordamericane allattare orsi, cani, cerbiatti. I motivi alla base di questa pratica erano spesso la promozione e la continuazione della lattazione nonché la contraccezione e lo sviluppo di buoni capezzoli negli ultimi stadi della gravidanza.




















