Alcuni anni fa vi fu un periodo in cui la popolazione, non solo italiana, temeva attentati terroristici attraverso la diffusione del bacillo dell’antrace o carbonchio. Questa è una grave malattia contagiosa che si manifesta con lesioni cutanee, di colore nero come il carbone, da cui poi deriva il nome carbonchio o anche “antrace” dal greco antico. L’infezione, causata dal Bacillus Anthracis si manifesta, in maniera endemica, in animali erbivori selvatici o domestici quali bovini, pecore, cavalli, capre e suini. Anche l’uomo ne può essere colpito a causa di un contatto con animali infetti o con tessuti da essi derivati ma anche per inalazione di spore del batterio o ingestione di cibo contaminato.
Negli Stati Uniti in quel periodo vi furono dei morti in seguito all’introduzione di polvere infette introdotte, a scopo criminoso, nelle missive non tanto per diffondere la malattia ma per seminare il terrore tra la popolazione. A Roma, in un ufficio postale nei pressi del Vaticano, fu sospesa la distribuzione delle lettere perché vi era il sospetto che le missive contenessero la polvere di carbonchio. Nel giro di pochi giorni però cessò l’allarme e tornò la serenità.
Occorre dire che già in epoche passate, ancora prima della scoperta dei microbi, vi era il timore che un malato potesse diffondere la propria malattia e contagiare gli altri. Furono allora prese delle precauzioni che consistevano nell’evitare il contatto con questi ammalati e bruciare, successivamente, tutto ciò che era rimasto a contatto con essi come abiti e oggetti. Dopo il XVI secolo le autorità dei vari paesi, essendosi intensificati gli scambi epistolari e i trasporti postali, si preoccuparono che attraverso la posta potessero diffondersi le malattie. Non si conosceva ancora l’esistenza dei microbi ma, nel 1546, l’italiano Girolamo Fracastoro che studiava, in particolar modo, la sifilide elaborò una teoria secondo la quale le infezioni erano trasmesse da una specie di minutissimi organismi che egli chiamò “seminaria” i quali, assunti con il respiro, si diffondevano nel corpo tramite gli “umori”. In quell’epoca, tra le tante malattie infettive a carattere epidemico che affliggevano l’umanità, vi era il vaiolo, il colera, la tubercolosi, la sifilide, la peste nera. In Italia i Comuni avevano la propria Deputazione di Salute alla quale prestavano la loro opera diversi competenti tra cui anche Medici. Nella convinzione che le lettere potessero veicolare il contagio si decise di purificare in un certo senso la posta in transito. Per dimostrare poi che la lettera era stata controllata dalle autorità competenti si apponeva sulla busta il “bollo di disinfezione”. Abbiamo la prova che le lettere veramente venivano purificate perché su alcune vecchie buste a noi pervenute vi sono i segni dei forellini o dei piccoli tagli che venivano praticati per permettere al fumo di penetrare all’interno e svolgere la propria azione purificante senza aprire la busta e rispettando così il segreto epistolare.
Altre volte la purificazione avveniva con l’immersione nell’aceto o facendo passare la lettera al davanti di una fiamma e, per questo, alcune buste presentano anche dei segni di bruciature. Nel 1527 la Repubblica di Venezia rese obbligatoria la disinfezione di lettere che provenivano da paesi ove era in corso un’epidemia per evitare che il contagio si diffondesse nel paese alle quali erano indirizzate. Il 31 Luglio 1629 nella città di Bologna fu pubblicato il cosiddetto “bando sulla peste”. Con esso si bandivano persone, animali, mercanzie, denari e lettere provenienti da zone notoriamente infette.
Per quanto riguardava le lettere, oltre i metodi di sterilizzazione già detti, venivano esposte, senza dover necessariamente aprirle, a prolungati suffumigi e dopo questa operazione potevano essere inoltrate ai destinatari applicando sulla busta un timbro “nette da fuori, sporche di dentro”. In questo modo si evitava il possibile contagio a chi manovrava le lettere ma non al destinatario che le apriva. Il metodo però più completo, e quindi più rassicurante ai fini del contagio, consisteva nell’aprire la lettera evitando di leggere il contenuto, immergerla nel disinfettante, ripiegarla e richiuderla nella busta. Si apponeva quindi sulla busta il timbro di garanzia da parte dell’Ufficiale di Sanità che, in questo caso, differiva da quello precedente perché portava la dicitura “netta di fuori, netta di dentro”. Nel 1840 a Venezia per la disinfezione delle lettere si usavano i vapori di cloro o di zolfo che erano però penetranti e potevano rovinare tutte le parti della lettera. Presso alcuni lazzaretti si ricorreva all’uso dell’aceto che pur efficace non garantiva l’integrità della lettera. Gli addetti ai lavori per proteggersi usavano un apparato di cotone applicato alla bocca e al naso che, come la mascherina usata in occasione della recente epidemia del Covid, evitava l’inalazione dei germi. Essi si lavavano poi le mani e le braccia con una soluzione al 5% di acido carbolico (conosciuto anche come fenolo) e disinfettavano i vestiti usati durante l’operazione di controllo.
Questi sistemi di disinfezione delle lettere venivano praticati anche in altre parti dell’Europa. In Germania impiegavano speciali graticole di ferro sulle quali venivano disposte le lettere e i pacchi che venivano, quindi, perforati da un’apposita macchina ed esposti ai vapori emessi da due speciali padelle delle quali una conteneva aceto e l’altra carbone infuocato su cui veniva sparsa una polvere a base di zolfo, salnitro e crusca. Dopo cinque minuti venivano tolte dall’esposizione alle sostanze anzidette e sulle buste si applicava un timbro con la scritta “passata ai fumi”. Oggi, purtroppo, se ci arriva una lettera nessuno potrà garantire che sia stata controllata escludendo la presenza di agenti che possano diffondere una malattia.




















