I Romani furono dei bravi medici ma la loro non era una medicina razionale né originale. Quello che sapevano lo avevano appreso da altri popoli: soprattutto da egiziani, greci, iberici e germanici e dalle esperienze magiche avute con i popoli conquistati o con i quali avevano avuto rapporti commerciali. Erano convinti che non si guariva con le sole medicine ma anche con l’aiuto della natura che doveva svolgere la sua parte. Credevano, inoltre, che non tutti i rimedi impiegati potevano andare bene per tutti e che la medicina doveva essere personalizzata. Oggi i medici benpensanti sono convinti della stessa cosa. I medicamenti in uso nell’antica Roma erano di origine minerale, vegetale e animale. I medici erano contemporaneamente anche farmacisti in quanto preparavano essi stessi i medicamenti.
Le prime farmacie romane furono infatti gestite dai medici. Si chiamavano “iatrerie”. Verso il secondo secolo a.C. troviamo, invece, le “apoteche” dove venivano lavorate le materie prime e dove esercitavano quelli che sono da considerare i primi farmacisti dell’epoca. La dea protettrice delle farmacie era Meditrina. A Pompei e ad Ercolano sono stati rinvenuti gli strumenti che servivano per preparare le medicine cioè mortai di marmo, di bronzo, di porfido o di agata; bilancini; cucchiaini; ampolle di vetro; filtri; setacci e imbuti. Quando le sostanze medicamentose erano solide, si polverizzavano i principi base e si preparavano pillole e paste o si preparavano soluzioni. Quando, successivamente, i medicamenti divennero più complessi furono aperti dei locali chiamati “tabernae” adibiti alla loro produzione e al loro confezionamento.
Gli scritti dei Romani in materia di Medicina attingevano a tante fonti ma soprattutto all’opera di Aulo Cornelio Celso, chirurgo e farmacologo, autore di otto libri dal titolo “De Medicina”. A lui si ispirarono Galeno e Dioscoride. Da questi scritti apprendiamo come si regolavano i Romani quando si trovavano di fonte ad un ferito. Esaminavano accuratamente le ferite e le trattavano, quindi, con sostanze che possiamo distinguere in disinfettanti, suppuranti, cicatrizzanti e causticanti. Tra le sostanze disinfettanti hanno importanza preminente il vino e l’aceto. Il vino veniva usato per lavare le ferite o per confezionare altri disinfettanti unitamente ad alcune erbe che avevano diversi scopi come quello di lenire il dolore o di stimolare la cicatrizzazione. Le ferite venivano lavate con una spugna imbevuta di vino quando non era possibile sopportare il lavaggio con aceto che era comunque preferibile impiegare considerata la sua spiccata proprietà disinfettante, la sua maggiore proprietà detergente unita alla proprietà di bloccare le emorragie. Il fatto che si ricorresse all’aceto per le sue proprietà antisettiche significa che vi era la consapevolezza che bisognava evitare non le infezioni (non si conoscevano infatti ancora i microbi) ma la suppurazione. Che il vino abbia un’azione antisettica ed un’azione detergente sulle ferite è radicato nella tradizione popolare. Lo testimonia l’episodio raccontatomi, tempo fa, da un mio giovane collega il quale prestava la sua opera presso il servizio di Guardia Medica. Chiamato in un paese, a poca distanza da Capua, per curare una paziente anziana che aveva riportato ustioni ai piedi la trovò con le estremità immerse nel vino.
Per evitare la suppurazione delle ferite, i Romani dettarono una serie di regole. Raccomandavano, ad esempio, di allontanare dalle ferite e dalle ulcere le parti necrotiche (e questa è un’intuizione moderna) e di lavarle poi con vino e pulirle con una pezza di lana cardata (che sostituiva il cotone idrofilo) imbevuta di vino. Sulle lesioni della cute si applicavano cataplasmi, cerati, empiastri, pastelli, colliri. I pastelli erano colliri solidi che venivano preparati riducendo in polvere varie sostanze per poi impastarle con uno o più liquidi come l’aceto o il vino. Venivano poi resi densi con l’impiego di sostanze gommose o cerose facendole quindi essiccare. Alcuni pastelli servivano per toccature di ulcere cutanee, per disinfiammare mucose, per curare ragadi ed emorroidi. Per quest’ultima patologia Celso prescriveva un pastello di verderame, mirra, antimonio, lacrime di papavero, acacia.
Sulle ferite si applicavano anche unguenti a base di chalcitide (che era un medicamento metallico con proprietà astringenti) con cadmia, pepe, nardo, antilochia o cera, trementina, incenso, squama di bronzo rosso, ruggine, sale ammoniaco o, infine, la spuma d’argento, il piombo usto, la crisocolla, oltre le varie terre medicinali. Il piombo usto si otteneva fondendo sottili piastre del metallo con zolfo che veniva poi rimestato in vasi di terra con verghe di ferro. La spuma d’argento si otteneva trattando le impurità dell’argento, nel momento in cui veniva estratto dalla terra, che venivano poi lavate, cotte, seccate al sole e salate. Una volta sottoposta a questa procedura si preparavano unguenti che servivano per “purgare” ferite infette. Lo stesso effetto lo si otteneva con la grisocolla o borace mescolata con cera od olio.
Anche il mercurio secondo Plinio veniva impiegato a questo scopo. Veniva inoltre impiegata l’acqua con la quale si lavava l’oro mischiata a cenere di sale bruciato. Se a questo impasto si aggiungeva schiuma si otteneva un rimedio per guarire le piaghe putride. La cadmia era ottenuta invece dalla parte più sottile della scoria del rame o dell’argento mandate via dalle fiamme nelle fornaci nelle quali venivano purificate. L’allume mescolato con sugna guariva le piaghe putride. L’antimonio e l’indaco, secondo Dioscoride, avevano la proprietà di detergere le ulcere. Il verderame che si forma per esposizione del rame ai vapori dell’aceto forte, fu un rimedio molto usato nel mondo romano e durante il medioevo. Con la patina verde che si formava sul metallo venivano confezionati unguenti e anche cerotti che avevano soprattutto la proprietà di astringere.
Tra le terre medicinali la più famosa è quella di Lemnia, nome dovuto al fatto che si ricavava dall’isola omonima nell’arcipelago greco. Era chiamata anche terra sigillata perché era confezionata in pastiglie che recavano un sigillo riproducente una capra. Questa terra veniva confezionata in un determinato giorno del mese ad opera di una sacerdotessa dopo aver compiuto un determinato rituale. Veniva consigliata per diversi usi: per vomitare il veleno, per le punture degli animali velenosi, per la dissenteria e, secondo Galeno, anche per le ulcerazioni di vecchia data, fetide e putride. La si usava dopo averla disciolta con aceto. Nella cura delle ferite si preferiva a volte usare delle sostanze che favorissero la suppurazione. A tale scopo si usavano impacchi di farina di orzo. Questi rimedi si usavano quando le ferite erano contuse e vi erano tessuti necrotici il che avrebbe reso possibile una suppurazione.
Per frenare il sanguinamento, a parte le sostanze già citate, ricordiamo rimedi quanto mai strani come impiastri di terra, sterco di asino o di cavallo trattato con aceto, peli di lepre, ragnatele. Per combattere il dolore si usava l’oppio che i Romani avevano imparato ad estrarre dal papavero. L’oppio sciolto nella cera era ritenuto ottimo rimedio per la cura dei dolori articolari. Per concludere questi brevi cenni sui rimedi proposti dai Romani più di duemila anni fa, mi sembra giusto però sottolineare il grado di civiltà di questo popolo. Si preoccuparono, infatti, di regolare l’uso dei medicamenti. Nell’81 a.C. fu emanata la legge Cornelia con il compito di prevenire la messa in commercio di medicine dannose o di veleni veri e propri a tutela della salute pubblica. E ciò assume tanto più valore oggi quando si discute sulla farmacovigilanza e sui danni prodotti da farmaci.




















