Nel Papiro Ebers del 1550 A.C. vi è un capitolo dedicato alle malattie della donna e all’ostetricia. Alcune raccomandazioni terapeutiche sono certamente frutto di fantasia come l’affermazione che le pazienti sarebbero state meglio senza nessuna terapia. Tra le raccomandazioni più strane vi è, poi, quella di applicare menta piperita sui glutei per accelerare l’espletamento di un parto e quello di applicare sulla vulva una pasta fatta di miele, datteri, cipolle e frutto di acanto, per provocare un aborto. Fortunatamente non sempre le donne venivano curate così. Quando partorivano erano assistite da personale specializzato che godeva di molta fiducia anche da parte dei medici. Erano queste le levatrici.
Di esse si sente parlare già nel 780 a. C. allorché Licurgo, leggendario legislatore di Sparta evidentemente senza figli, affidò sua cognata che doveva partorire ad una levatrice ordinandole di dare a lui il bambino se si fosse trattato di un maschio. Socrate, la cui madre Fenarete era un’abile levatrice, affermava che le levatrici sanno risvegliare o calmare le doglie come vogliono, portare a termine parti difficili e, se necessario, provocare l’aborto. Lo stesso filosofo nel celebre dialogo di Platone denominato Teeteto paragona il metodo di far partorire le idee, la cosiddetta maieutica, all’attività professionale della madre. Di levatrici se ne sente parlare già prima della guerra di Troia. Le dee Ilitia e Lucina il cui culto era solo acheo avevano delle sacerdotesse che erano delle vere e proprie levatrici. Nel Corpus Hippocraticum che raccoglie gli scritti di Ippocrate, è scritto che le levatrici assistevano tutte le pazienti a partorire spontaneamente richiedendo l’opera del medico solo se necessario.
Questa professione, regolata da leggi ferree, poteva essere esercitata solo da donne anziane che avevano già partorito e non erano più fertili. Dovevano, ovviamente, avere conoscenza delle problematiche relative al parto e conoscere i medicamenti da usare in caso di necessità. Il parto avveniva in genere mentre la paziente era seduta su di una specie di sedia detta “da parto”. La levatrice raccoglieva il bambino con la mano sinistra e lo poggiava su di un telo e provvedeva poi a tagliare il cordone ombelicale, a quattro dita dalla parete addominale, a lavarlo e vestirlo. Quando il bambino nasceva asfittico cercava di rianimarlo spingendo, secondo la credenza dell’epoca, il sangue dal cordone ombelicale in circolo. La levatrice si occupava, inoltre, di aborti, di matrimoni e, a volte, anche di lenocinio.
Questo aspetto meno nobile della professione ma che, comunque, risponde ad una funzione sociale, richiama alla mente le nostre mammane. Aristotele, il famoso filosofo, era figlio di un medico. Per lungo tempo si occupò di scienze naturali, di zoologia e di anatomia. Scrisse: Il compito della levatrice è delicatissimo: Esso richiede abilità ed acuta intelligenza. La bravura dell’ostetrica non consiste solo nel provvedere a rimuovere sollecitamente gli ostacoli che impediscono l’espletarsi del parto regolare, ma nel prevedere che insorgano ostacoli. L’aborto, prima dell’era cristiana, non era considerato come un atto immorale perché al feto non veniva riconosciuta individualità come essere vivente. Non veniva praticato dai medici ma rientrava tra le competenze della levatrice. Il medico, però, doveva esprimere un giudizio circa la vitalità del feto che doveva essere espulso. Se il feto fosse stato vitale l’aborto non si poteva eseguire. Le levatrici usavano farmaci e accompagnavano gli atti che compivano con formule magiche. Per indurre l’aborto usavano la camomilla o altre sostanze estratte dai cereali come la segale cornuta o la radice di violaciocca in vino bianco. I farmaci venivano somministrati oltre che per via orale anche per via vaginale. Per accelerare un parto si usavano gli sternutatori, sostanze cioè che provocavano starnuti e quindi un aumento della pressione endoaddominale. Anche le lavande calde, provocando un rilasciamento della muscolatura dell’utero, contribuivano a determinare l’espulsione del feto. Quando questi rimedi non erano validi si scuoteva con forza l’addome per determinare una contrazione riflessa dell’utero.
A parte l’aspetto curioso di alcuni atti, le norme che regolavano l’assistenza delle levatrici al parto rimasero immutate fino al Rinascimento allorché le conoscenze anatomiche, alle quali si pervenne grazie alle dissezioni di cadaveri, consentì a Scipione Mercurio di scrivere il famoso testo intitolato La Commare o Raccoglitrice che, attraverso venti edizioni, sarebbe rimasto in uso fino al 1713. Non ritengo che oggi la professione della levatrice abbia finalità diverse da quelle di duemila-tremila anni fa. Da tempo, ormai, la levatrice viene chiamata ostetrica. Anche il sindacato di categoria si chiama “delle ostetriche”. La donna, ma anche gli uomini (sono pochi in verità) che esercitano questa professione, sono necessariamente diplomati e dovrebbero assistere la gravida, la partoriente, la puerpera ed il neonato. La necessità di avere delle professioniste sempre più preparate ha fatto sì che vi sia una maggiore severità nell’ammissione alle scuole ostetriche, che la durata dell’insegnamento sia più lunga e che vi sia un tirocinio pratico continuo durante il corso per il conseguimento del diploma. Oggi l’ostetrica, conscia della sua professionalità, partecipa a convegni e segue corsi di aggiornamenti. Sarebbe opportuna una sua maggiore presenza non tanto al momento dell’espletamento del parto quanto nell’assistenza della gravida. Ritengo, infatti, che il medico si sia appropriato di molte competenze che per tradizione e per istituzione sono sempre state dell’ostetrica. Auspico, quindi, un futuro in cui l’ostetrica, consapevole del suo ruolo, sia sempre più collaboratrice del medico e che lo sostituisca quando del medico non vi è necessità e che si impadronisca di quelle tecniche, come l’ecografia, che consente di stabilire la posizione del feto nell’utero materno ed eventuali sue malformazioni che oggi sono solo appannaggio del medico.




















