Da questa settimana, con l’articolo “La cura con la mumia”, inizia una nuova rubrica a cura di Antonio Citarella che sarà pubblicata a cadenza quindicinale. Saranno raccontate storie e usanze dei secoli passati nonché trattamenti medici a dir poco strani, molto spesso inefficaci, e non da tutti conosciuti.
Questa terapia pur non avendo alcun fondamento scientifico, fu a lungo praticata da ciarlatani ma anche da medici professionisti, dall’epoca dei Faraoni e fino al diciottesimo secolo. Il termine mumia deriva dalla mummia egiziana cioè dal cadavere, preservato dalla putrefazione, che gli Egiziani ottenevano grazie ad una complessa procedura da loro messa a punto.
Essi erano famosi nel mondo antico per la loro esperienza di medici e ricorrevano forse alla mummificazione dei cadaveri perché credevano nell’immortalità dell’anima e nell’esistenza di un’altra vita dopo la morte. Erodoto, storico greco, molto più semplicisticamente ci dice invece che i cadaveri venivano sottoposti alle pratiche della conservazione perché gli Egiziani avevano orrore per il corpo che male odora, marcisce e diventa pasto per i vermi.
La mummificazione può, comunque, verificarsi anche naturalmente ma In questi casi, perché il processo avvenga, devono verificarsi determinate condizioni ambientali. Favoriscono il processo la temperatura alta, la forte ventilazione e la presenza di microrganismi viventi avidi di acqua come le muffe idrovore. È dimostrato che la sottrazione di acqua è importante per la buona riuscita della mummificazione. I cadaveri così trattati perdono moltissimo peso e alcuni di questi, dopo aver perso tutti i liquidi, raggiungono un peso di non più di cinque chili. Il cadavere si conservava perché, venendo a mancare il necessario grado di umidità, i microrganismi ed i fermenti saprofitici non riuscivano a svilupparsi e non si aveva quindi putrefazione.
Gli Egiziani praticarono la mummificazione dal 4000 a.C. fino al 600 d.C. Durante questo periodo furono trattati milioni di cadaveri.
La tecnica di conservazione prevedeva per prima cosa l’asportazione di tutti i visceri della cavità addominale e del torace attraverso un’incisione della parete laterale dell’addome che, al termine dell’operazione, veniva ricoperta con cera. Il cervello si asportava attraverso le fosse nasali grazie ad un uncino lungo e con l’estremità particolarmente ricurva. Tutti i visceri venivano riposti e conservati nei vasi canopi, cosiddetti dall’antica città egiziana di Canopo. Questi vasi caratterizzati dall’estremità superiore a forma di testa umana si possono osservare nel museo Archeologico Nazionale di Napoli nelle sale che ospitano la raccolta egizia.
Terminata questa fase il cadavere veniva trattato con natron cioè con una miscela di carbonato, bicarbonato e solfato di sodio e seguiva poi un lungo periodo di essiccamento.
Gli Egiziani dedicavano cure molto lunghe ai corpi di persone importanti (fino a 70 giorni) mediante trattamenti con oli aromatici, storace, benzoino, sandalo, calamo aromatico e resina di pino. I meno abbienti venivano trattati con l’introduzione del solo olio di cedro nelle cavità. Alla fine il cadavere veniva riempito con sabbia, resine argilla, segatura e cipolle e rivestito con bende di lino. Questa era la mummia che veniva riposta in una cassa di legno e quindi in un sarcofago di pietra.
Il termine mummia è voce araba o persiana. È possibile che venga dal persiano “mum” che significa cera o dall’arabo “mumiyyah” che significa, a sua volta, pece o bitume cioè sostanze inizialmente usate per ottenere la conservazione dei corpi. Dal termine mummia deriva quello di Mumia che era una polvere preparata con tessuti prelevati dalle mummie egiziane (la cosiddetta mumia primaria) oppure dalle resine usate per imbalsamarle (mumia secondaria). Si pensò che la polvere così ottenuta, derivata da un materiale che per tanto tempo aveva assicurato la conservazione di tessuti umani, certamente sarebbe stato efficace per guarire le malattie. In effetti il medicamento era inefficace ma grazie ai ciarlatani rimase in uso per quasi duemila anni.
I medici di quell’epoca accolsero il prodotto come un progresso della medicina e il suo impiego si diffuse rapidamente ma, in considerazione delle enormi richieste, il suo prezzo aumentò in maniera tale da spingere molti alla sofisticazione del prodotto. Diventò allora semplice per chiunque spacciare per originali polveri ed unguenti falsi.
Luciano Sterpellone, patologo clinico e divulgatore scientifico, a proposito della mumia, scrisse in un suo testo che al Cairo nel 1462 la mumia taroccata veniva venduta ai francesi all’esorbitante prezzo di 25 scudi al quintale. Ripeto che il rimedio di cui parliamo non era efficace ma tutti credevano che lo fosse a cominciare dagli antichi Autori classici: Plinio, Cornelio, Celso, Galeno che lo impiegavano nell’asma bronchiale, nelle polmoniti, nei disturbi mestruali. Gli Arabi impiegarono la mumia mescolandola con olio di rose, cannella, zafferano. Serviva per depurare il sangue e per curare l’astenia e l’epilessia.
Nel Medioevo e nel Rinascimento fu considerata efficace in molte malattie e veniva somministrate in polvere, pillole, balsami. Gli Arabi impiegarono la mumia mescolandola con olio di rose e di gelsomino, sciroppo di more, decotto di lenticchie e liquirizia, cannella e zafferano. Usavano la mumia per depurare il sangue, per il trattamento delle fratture e lussazioni nonché delle ulcere della vescica, per l’emottisi, l’epilessia e l’indebolimento dei nervi.
Nel Medioevo e nel Rinascimento la mumia fu considerata una vera panacea, valida per ogni tipo di malattia e, ancora al tempo di Luigi XIV, veniva usata nel trattamento dell’amenorrea, nell’asma, nella tisi ed entrava nella composizione di numerose polveri, balsami, pillole, decotti ed elettuari come fortificanti, disinfettante, cicatrizzante ed elisir di lunga vita.
La mumia, nonostante la sua inefficacia terapeutica, era richiestissima e per questo il prezzo diventò in breve tempo insostenibile. Per questo motivo nel 1700 medici e ciarlatani la bandirono dai loro trattamenti.




















