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Home » Storie curiose della Medicina » La Chirurgia dei Preciani e dei Norcini

La Chirurgia dei Preciani e dei Norcini

Storie curiose della medicina. Rubrica a cura di Antonio Citarella

di Redazione
30 Marzo 2025 21:47
in Storie curiose della Medicina
Tempo di lettura: 4 min di lettura
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Norcia che diede i natali a S. Benedetto e Preci, un piccolo borgo poco distante, sono conosciuti dagli storici della Medicina perché colà nacquero, tra il quattordicesimo ed il diciottesimo secolo, numerosi chirurgi indipendenti, cioè liberi professionisti appartenenti al ruolo di “incisori” e “tagliatori” i quali esercitarono per molti anni la loro professione come “itineranti”, cioè andando in giro da un paese all’altro, ad eseguire interventi chirurgici. Erano chirurgi appartenenti per lo più a famiglie che per tradizione esercitavano questo lavoro. Eseguivano diversi interventi ma in particolare l’operazione del “taglio della pietra”, cioè l’estrazione di calcoli dalla vescica e l’intervento per il trattamento della cataratta. Operavano però anche l’ernia e le fistole perianali. La rinoplastica, cioè la ricostruzione del naso gravemente mutilato durante i combattimenti, veniva invece eseguita quasi esclusivamente dai Branca, padre e figlio, che vissero in Sicilia nel quindicesimo secolo.

I chirurgi di cui parlo erano detti empirici o anche chirurgi barbieri perché non appartenevano al mondo universitario al quale appartenevano, invece, i chirurgi eruditi ma senza alcuna esperienza operatoria che si limitavano solo a medicare e a curare le ferite. Questi disdegnavano di fare gli interventi che eseguivano gli altri chirurgi ritenendoli rischiosi e tali da danneggiare la loro reputazione per l’elevata incidenza di mortalità. In realtà non li sapevano fare. Se non ci fossero stati i chirurgi empirici a riempire il vuoto lasciato dai chirurgi accademici, durante il Medioevo e durante il Rinascimento, non ci sarebbe stata alcuna attività chirurgica nell’Europa ed in particolare in Germania, Francia ed Italia. Gli empirici erano abili ed intraprendenti ed usavano tecniche operatorie che mantenevano segrete e che con il passare degli anni riuscirono a rendere sempre più fini. E’ vero che curavano malattie senza speranza di guarigione ma è altrettanto vero che lasciavano spesso, dietro di sé, morte e miseria. I loro guadagni erano raggiunti mediante l’inganno e frequentemente dopo l’intervento, percepito l’onorario, scomparivano prima che apparisse evidente il fallimento della loro opera. Qualcuno era analfabeta ma la maggioranza, anche se non era uscita da scuole ufficiali e non era quindi munita di patente o di laurea, ebbe ufficialmente l’”approvazione alla pratica” cioè l’autorizzazione a praticare interventi.

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Questa chirurgia popolare, tramandata da padre in figlio, era basata sull’esperienza e sulla pratica invece che sull’insegnamento e sulla conoscenza dei testi. In Italia la reputazione dei Norcini e dei Preciani fu tale da farli chiamare a volte presso le corti regnanti. Così fu per Scacchi di Preci che diventò chirurgo del re di Francia e per Benedetto Riguardati da Norcia, chirurgo di Papa Sisto IV° e di Francesco Sforza Duca di Milano. Orazio da Norcia invece era conteso da tutti perché diventò abilissimo operatore di ernie.

La chirurgia fu esercitata dai Preciani e dai Norcini, conosciuti per lo più in famiglie, dal tredicesimo al diciottesimo secolo. Di queste famiglie ventisei sono rimaste celebri. Le più conosciute sono: gli Accorramboni, gli Alessi, gli Amici, i Catani, i Lapi, i Serrantoni. A decretare la fine della loro attività fu certamente il mutare dei tempi e l’avvento del diciottesimo secolo conosciuto come il “secolo dei lumi” cioè della ragione ma la fine fu accelerata dagli abusi compiuti da molti chirurgi empirici che non avevano nulla a che fare con le famiglie di Norcia e Preci ma esercitavano la chirurgia senza aver praticato l’esame prescritto. Per questo motivo,
nel 1673, il Collegio Veneto dei Chirurgi mise fine all’abuso dei Norcini che esercitavano la
Medicina a Venezia senza aver praticato l’esame prescritto.

Aggiungo che questa chirurgia, considerata l’epoca in cui veniva praticata, rappresentava un rischio enorme per il paziente. Veniva esercitata infatti in ambienti per lo più non idonei, a casa dei pazienti e senza alcuna garanzia di rispetto di norme igieniche. Non erano stati ancora scoperti gli antibiotici ed i chirurgi conoscevano solo il lavaggio dei tessuti con soluzioni medicate. Anche per questi motivi la mortalità era elevata L’intervento era eseguito con l’ausilio di sostanze anestetiche che venivano somministrate al paziente come bevanda o per inalazione. Non c’era ancora l’etere che fu impiegato per la prima volta da Liston il 21 Dicembre 1846 per anestetizzare un uomo di 36 anni al quale fu amputato un arto. I chirurgi empirici eseguivano i loro interventi con l’ausilio della spugna soporifera, di una spugna cioè che conteneva nel suo interno delle sostanze stupefacenti essiccate: l’oppio, la belladonna, il giusquiamo e la mandragora. Al momento dell’intervento si metteva la spugna su di un recipiente contenente acqua bollente e, quando il vapore acqueo scioglieva quelle sostanze, la si poneva sul naso del paziente invitandolo a respirare profondamente. Con l’inalazione di quelle sostanze si otteneva uno stato di sonnolenza simile a quello che si otterrà negli anni successivi con l’anestesia eterea. Pazzini, a proposito di queste “anestesie”, nel suo testo di Storia della Medicina, cita una novella di Boccaccio, la decima della quarta giornata, dove si racconta di un medico che dovendosi recare l’indomani ad amputare la gamba di un suo paziente così si esprime: “Il medico avvisando che l’infermo senza essere adoppiato (vale a dire trattato con l’oppio) non sosterrebbe la pena né si lascerebbe medicare, dovendo attendere sul vespro a questo servizio fè la mattina d’una sua composizione stillare un’acqua la quale l’avesse, bevendola, tanto a far dormire quanto essa avvisava il doverlo poter penare a curare”.

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