Il termine latino “clyster o clysterium” deriva dal greco “kluster” e significa lavaggio. Con esso ci si riferisce sia ai medicamenti che vengono somministrati sia allo strumento che serve a somministrarli che è, poi, di invenzione relativamente recente. Per fare un clistere, fino a qualche anno fa, si usava l’apparecchio del Cantani (Arnaldo Cantani clinico e patologo medico, di padre italiano e di madre slava, morto a Napoli nel 1893) che si basa sul principio della livellazione dei liquidi nei vasi comunicanti. Oggi non è più in uso perché vi sono in commercio delle soluzioni già pronte per l’uso, confezionate in sacche di plastica “a perdere”. In qualche casa il vecchio enteroclisma viene ancora conservato come un cimelio. I più anziani lo ricordano come un recipiente di vetro o anche di altro materiale, della capacità di circa 2 litri, graduato, con la parte inferiore che finisce a beccuccio a cui si innesta un tubo di gomma di circa 2 metri che termina con una cannula di ebanite, provvista di una chiavetta verso il tubo di gomma, per regolare il flusso del liquido. Quando si voleva usare un clistere evacuativo si riempiva il recipiente con acqua bollita, tiepida, con infusi di foglia di senna, di soluzioni di solfato di sodio o di magnesio. Quando vi era diarrea si facevano clisteri astringenti con tannino, ratania e sali d’argento.
Gli antichi Egizi praticavano, invece, il clistere iniettando nell’intestino sostanze varie: acqua, latte, birra ed olio in quantità fino ad un litro e mezzo. Per essi era importante non tanto l’evacuazione che si otteneva quanto il contatto del medicamento impiegato con la mucosa rettale. Si raccomandava, infatti, una volta somministrato il farmaco, per lo più di sera, di trattenerlo tutta la notte. Gli Egizi, come ci racconta Erodoto, storico greco, vedevano nell’evacuazione forzata (che si otteneva con il clistere) una pratica importante da un punto di vista igienico. Credevano, infatti, che la causa di tutte le malattie dipendesse dai cibi ingeriti e la pulizia dell’intestino rappresentava, quindi, un mezzo di purificazione globale. Parlando degli animali sacri agli Egizi, Erodoto racconta che l’Ibis il famoso uccello, sarebbe l’ispiratore del clistere o anzi dell’autoclistere. Questi, infatti, si purga da solo iniettandosi, con il becco, l’acqua nell’intestino. Ippocrate, medico greco, prescriveva clisteri a base di decotti di foglie di cavolo con miele ed olio.
Questa pratica terapeutica era, quindi, nota ai Greci ma da quello che sappiamo anche i Romani la conoscevano. La usavano un po’ per tutte le malattie ed aveva per essi lo stesso significato purificatorio del salasso. E’ noto che i Romani mangiavano in maniera smodata e per continuare a mangiare, visto che i pranzi duravano molte ore, vuotavano il loro stomaco procurandosi il vomito con una penna di pavone con la quale stimolavano il retrobocca. Le donne, invece, preferivano vuotare il loro intestino introducendo nell’ano una cannula che, collegata ad un otre, lasciava scorrere dell’acqua o altri liquidi nei quali venivano disciolte sostanze varie: essenze vegetali, oli e miele.
Nel sedicesimo secolo Ambroise Parè, il primo riformatore della chirurgia (in precedenza era una disciplina senza regole affidata ai barbieri-chirurghi), scrisse molto sulle sostanze che si dovevano impiegare nel preparare il liquido per il clistere. Non pensava però, a differenza dei suoi predecessori, che il clistere fosse un toccasana da usare in ogni circostanza. Fu il primo, invece, in epoca moderna a parlare dell’uso del clistere a scopo nutritivo anche se non attribuiva grande importanza a questa pratica. Chi ricorreva al clistere nutritivo, per alimentare quelle persone che per vari motivi non mangiavano, iniettava nel retto: alcool; rosso d’uovo; latte; carne di cappone. Abbiamo forti dubbi circa la possibilità che tutte queste sostanze potessero essere assorbite dalla mucosa rettale che, come sappiamo, ha, è vero, una capacità di assorbimento, tant’è che molti farmaci vengono somministrati per tale via, ma, comunque, limitata. L’alcool certamente veniva assorbito come anche gli zuccheri e le proteine. Certamente non venivano assorbiti i grassi. Per quanto riguarda poi la somministrazione di altre sostanze, curiosa è l’applicazione del clistere a base di papavero a scopo narcotico. I clisteri venivano usati anche per debellare stati febbrili iniettando sostanze antipiretiche. Non deve meravigliare, quindi, se Helvetius, famoso medico nato a Parigi nel 1715 e quivi deceduto nel 1771, abbia pubblicato “Il metodo per guarire tutte le febbri senza prendere niente per bocca”.
Per clistere si somministravano farmaci vari: sali di piombo; nitrato d’argento; arsenico; belladonna. Nel 17° e nel 18° secolo si iniettava anche fumo di tabacco per rianimare chi veniva colpito da svenimento o per rianimare gli annegati o, infine, per apportare lenimento a dolori di varia natura. Per praticare il clistere ci si serviva di una vescica animale riempita di liquido con un’apertura alla quale veniva attaccata una piccola canna. Da questa, per compressione sulla vescica, fuoriusciva il liquido. Nel 15° secolo l’italiano Marco Gatenaria, professore nell’Università di Pavia, inventò la siringa. L’invenzione non era comoda, però, per fare né il clistere, né l’autoclistere. Quest’ultimo poteva essere fatto comodamente con la cannula ricurva o a gomito applicata su una base a soffietto. Una persona si sedeva su questo marchingegno e da sola si iniettava il farmaco. Fortunatamente non ebbe apprezzamento lo strumento inventato da Santorio, medico e fisiologo nato a Capodistria nel 1561 e morto a Venezia nel 1636, che consentiva di farsi i clisteri con la propria urina. Le apparecchiature costruite nel corso dei secoli furono tante. Altrettante furono le innovazioni ad esse apportate che avevano come scopo di aumentare la comodità ed il piacere che il clistere procurava. Alcuni di questi apparecchi consentivano di farsi il clistere da soli, in qualunque luogo e senza spogliarsi completamente.
La pratica del clistere, a partire dal 17° secolo, si diffuse in maniera tale per cui diventò un fatto di costume, specie presso la corte di Francia. Le signore lo praticavano non solo per motivi igienici ma anche perché pensavano che eliminando le scorie intestinali diventavano più belle. Luigi XIV, il Re Sole, diede esempio alla corte e al mondo aristocratico di come il clistere fosse parte integrante dell’igiene personale. Lo facevano tutti; le dame in maniera particolare e anche più volte al giorno in ogni luogo, da sole o in compagnia. Era una follia collettiva che contrastava con la repulsione che le donne asiatiche manifestavano per questa pratica. Esse, fino al secolo scorso, la consideravano un’aberrazione al punto tale che avrebbero preferito la morte piuttosto che sottoporvisi anche se consigliate dai propri medici. Oggi il clistere, è in disuso come pratica terapeutica ma conserva la sua importanza come mezzo di evacuazione. Rappresenta, infatti, l’unica possibilità di fare evacuare senza danni pazienti con malattie dell’addome o che trovasi in uno stato di occlusione intestinale. In queste condizioni è controindicato e quindi pericoloso l’impiego dei purganti.





















