La balia è una donna che dà il proprio latte ad un bambino non suo ricavandone, per lo più, un compenso. La sua presenza la si ritrova, fin dai tempi remoti, presso ogni popolo. Si ricorreva alla balia quando una donna per cause varie, ma prima di tutte per mancanza della montata lattea, non riusciva ad allattare il proprio bambino. Abbiamo notizia che durante la guerra di Troia si ricorse, con frequenza elevata, alle balie per l’allattamento dei bambini al seno. Le madri, infatti, a causa dei disagi psicologici che la guerra comportava, non erano in condizioni di allattare i propri figli. Le balie erano, per lo più, delle schiave. Il loro compito non consisteva, però, soltanto nell’allattamento. Esaurita questa fase, si occupavano dell’educazione del bambino e dell’andamento della casa. Spesso rimanevano presso la famiglia del bambino che avevano allattato fino ad età avanzata. Ulisse ritorna a casa dopo le note peripezie e ritrova colà la sua nutrice Euriclea. Una vecchia ho, molto avvisata e scorta/ che nelle braccia sue quell’infelice/raccolse uscito del materno grembo/ e buon latte gli dava, ed il crescea. (Odissea Canto XIX 429/432).
Non risulta che le balie fossero sempre delle schiave. Nella Grecia di Pericle vi erano, infatti, molte donne libere che si offrivano come balie perché in precarie condizioni economiche. Le schiave però con il baliatico potevano diventare libere. Si offrivano come balie o le donne che avevano molto latte o quelle alle quali era morto un figlio dopo la nascita. Le balie, comunque, diventarono in breve tempo l’espressione di uno “status symbol”. Le famiglie agiate potevano permettersi le spese di una balia. Platone, nella sua “città ideale”, elogiava l’opera delle balie e auspicava che fossero istituzionalizzate. Vi era chi, invece, criticava le madri che affidavano i figli ad una balia interpretando questa scelta come l’espressione di una carenza di affetto nei confronti del proprio figlio. In effetti, fino ad epoca recente, ci si affidava alla balia per evitare l’allattamento artificiale. Questo avveniva, soprattutto, quando per gravi malattie da parte della madre, in prima linea la tubercolosi, o per alterazione patologica delle mammelle o per deficienza della secrezione lattea diventava impossibile l’allattamento al seno. Con la nutrice mercenaria il bambino aveva le stesse probabilità di crescita e di sviluppo che avrebbe ottenuto se allattato al seno materno. Difficile era, però, la scelta della nutrice che doveva essere riservata solo al medico.
La balia ideale doveva avere tra i 20 e i 30 anni e provenire dalla campagna; doveva essere sposata; doveva aver partorito da non più di 2/3 mesi. Si sceglievano in genere le donne non al primo parto ma quelle che avevano già partorito due e soprattutto tre volte. Il medico doveva, una volta individuata la potenziale balia, indagare rigorosamente sulla sua salute, sulla sua alimentazione, sulla sua igiene personale e la rendeva idonea a questa funzione dopo averne esaminato il latte. Per evitare che si creasse un distacco dalla propria madre, il bambino veniva restituito a questa subito dopo l’allattamento. Veniva anche raccomandato che la culla fosse sistemata non nella stanza della balia ma in quella della madre e che questa continuasse ad accudire il proprio figlio. La balia nostrana, di epoca recente, detta anche tata (dalla duplicazione della sillaba “ta” consueta nel balbettio dei bambini) si trasferiva presso la famiglia che l’aveva chiamata per tutto il periodo dell’allattamento portando con sé anche il proprio figlio che cresceva, così, insieme ad un altro bambino di differente estrazione sociale diventandone “fratello di latte”. Una volta scelta la balia si stipulava con questa un vero e proprio contratto, sottoscritto dalle parti, in cui venivano riportate tutte le condizioni che regolavano, come un normale rapporto di lavoro, il periodo del baliatico. Ciò avveniva quando vi erano condizioni economiche che permettevano alla famiglia che l’aveva richiesta di ospitare balia e figlio. Quando ciò non era possibile il bambino da nutrire veniva condotto in casa della balia. I risultati, in questo caso, non sempre erano buoni perché diventava elevata la morbilità e la mortalità dei bambini che vivevano in ambiente non sempre igienicamente sano ed a contatto con altri bambini, anche di età diversa, sulla salute dei quali non si poteva garantire. Spesso la balia si affezionava al bambino che aveva allattato in maniera tale da considerarlo come un suo figlio.
Ferdinando IV di Borbone ed il crudele bandito Gennaro Rivelli furono “fratelli di latte”. Agnese, la madre di Rivelli che abitava a Vallo di Lucania, fu scelta come balia per il piccolo Ferdinando figlio di Carlo III e di Amalia di Sassonia. Agnese, sottoscrivendo il contratto, pose come condizione di portare con sé non il figlio più piccolo ma Gennaro che era il più grande. Questo visse a stretto contatto con Ferdinando influenzando in maniera negativa il suo carattere.
A volte del bambino si occupava una donna che pur non dandogli il latte faceva le veci della madre. Era questa la cosiddetta balia asciutta. Anche ai nostri giorni con il termine, a volte scherzoso, di balio asciutto si indica un uomo che si prende cura di un bambino in assenza della madre. Oggi non si ricorre più alla balia. Questo è un lavoro scomparso, come tanti, sotto l’incalzare dei tempi che mutano. Perciò ne scrivo: per evitare che tra breve non ve ne sia nemmeno più il ricordo.
Oggi se una madre non può allattare si ricorre all’allattamento artificiale. In commercio vi sono tanti tipi di latte che, anche se non possono sostituire completamente il latte materno, sono validi da un punto di vista nutrizionale e consentono la crescita regolare di un bambino. Certamente vi sono più garanzie igieniche con l’allattamento artificiale. La balia, perciò, non serve più.





















