Siamo giunti alla terza domenica del Tempo di Quaresima e il brano evangelico di oggi ci presenta due fatti di cronaca e una parabola. Gesù è in cammino verso Gerusalemme e noi con lui, per realizzare il progetto del Padre.
“In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici”. Il primo fatto di cronaca riguarda la rivolta degli zeloti sedata nel sangue da Pilato; un vero e proprio massacro di persone che rivendicavano la loro libertà e indipendenza di fronte all’occupazione dei romani. Sembra una notizia di altri tempi eppure è cosi familiare a noi. Ancora oggi l’oppressore, il forte e il potente, opprime con violenza chi non si sottomette al suo volere. Anche Gesù ha subito le angherie del potente fariseo di turno ma ha sempre combattuto per la verità, si è sempre schierato con i più deboli e indifesi, come accade ancora oggi. Dio non dimentica perché continua a spiegare la potenza del suo braccio; continua a disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore, a rovesciare i potenti dai troni e innalzare gli umili, a ricolmare di beni gli affamati e rimandare i ricchi a mani vuote, come ci ricorda la Vergine Maria nel canto del magnificat.
“Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Coloro che hanno riferito a Gesù questo fatto di cronaca si aspettano da lui una presa di posizione e di condanna nei confronti di Pilato. L’intento di Gesù è di aiutare i suoi interlocutori a leggere i fatti con uno sguardo diverso ed a trarne una conclusione per la loro vita. Innanzitutto ciò che è avvenuto non è stato un castigo di Dio; lui è venuto non per condannare ma per salvare; la legge “occhio per occhio e dente per dente” viene superata dalla legge: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente; Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Solo convergendo nella giustizia di Dio si possono comprendere le parole di Gesù.
“O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»”. Il secondo fatto di cronaca viene raccontato da Gesù come esempio per i suoi interlocutori. Il principio che Dio non castiga è valido anche in questo caso e in tutti i casi. L’episodio riguarda alcuni uomini che durante un temporale si rifugiarono sotto la torre di Sìloe. Questa, a causa della tanta pioggia, cadde uccidendo tutte le persone sotto di essa. Un evento naturale ma drammatico che mette in discussione la fede in Dio con la solita domanda: “perché Dio permette tutto questo?”. Un modo come un altro per dare la colpa a Dio e non assumersi le responsabilità delle proprie azioni. È dalla Genesi che l’uomo, per deresponsabilizzarsi, accusa gli altri, come Adamo che accusa Eva che a sua volta accusa Dio di aver creato il serpente.
“Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”». Gesù conclude con questa parabola. Dio si prende sempre cura dell’uomo e chiede una sola cosa: una risposta al suo amore eterno. Il frutto che Dio si aspetta è la stessa realizzazione dell’uomo con la salvezza eterna. Spesso però c’è sterilità perché non ci si vuole convertire, non ci si decide a portare frutti di salvezza. Il tempo però volge al termine e con la venuta di Gesù si realizzano tutte le promesse di salvezza. L’albero che non porta frutto deve essere tagliato e l’albero che porta frutto deve essere curato. È una sentenza tipo: dentro o fuori. Eppure la pazienza di Dio è infinita accordando ancora un anno e prendendosi ancora cura di ciò che stenta a portare frutti, lui non gode della morte del peccatore, ma che si converta dalla sua condotta e viva (cf. Ez 33,11). Dio non castiga l’uomo perché lo ama; ma l’uomo ama Dio e i suoi simili? Ecco la vera domanda la cui risposta può aiutare a capire perché c’è tanto male nel mondo. Chiediamo a Dio la forza di recidere dal nostro cuore tutto ciò che è solo zavorra, affinché possiamo portare frutti di eternità prendendoci cura l’uno dell’altro. Buona domenica.




















