(di Nando Silvestri). Caserta ricorda una punta di diamante della cultura e del giornalismo partenopeo di inizio Novecento presso l’Archivio di Stato del Palazzo Reale, Matilde Serao.
La conferenza stampa sull’unica scrittrice italiana che vanta di aver dato i natali a tre importanti quotidiani nazionali tra i quali “Il Mattino”, si è tenuta lunedì 5 maggio alle ore 11,30 in occasione della presentazione del Comitato Nazionale per la celebrazione del primo centenario della morte della scrittrice legata a Napoli e alla provincia di Caserta.
Oltre alle riflessioni di rito e alle disquisizioni argomentate da docenti e personaggi radicati nella cultura campana esistono però, a parere di chi scrive, illuminanti constatazioni afferenti alla scrittrice di origini napoletane che valicano abbondantemente il nozionismo puro e la ritrita biografia.
Per comprendere appieno la figura di Matilde Serao occorre pertanto superare alacremente talune blande associazioni di idee a torto usucapite da correnti ideologiche e insidiose strumentalizzazioni. E’ utile a tal proposito mettere a fuoco le proposizioni che scrisse la Serao al ministro De Pretis in occasione del proposito di “sventrare Napoli” per sollevare il capoluogo partenopeo dallo squallore. “E se non servono a dirvi tutto, a che sono buoni tutti questi impiegati alti e bassi, a che questo immenso ingranaggio che ci costa tanto?”.
La cofondatrice de “Il Mattino” aveva ben compreso che nelle corti e nelle “vinelle” dei quartieri più poveri e malfamati di Neapolis ci fosse un’ umanità e una dignità ineffabile, nonostante la turpitudine esistenziale che lo Stato avallava con la sua inerzia (e sottoscrive ancora oggi per molti versi) in ordine al Mezzogiorno d’Italia.
Lasciare proliferare la precarietà in aree in cui lo Stato era giunto solo per fare razzia di beni, prebende e di vite umane (si ricordino le stragi di Casalduni e di Pontelandolfo, in provincia di Benevento ad opera dei piemontesi) era ed e’ ancora oggi una strategia occhiuta per imporre una pesante ipoteca sullo sviluppo meridionale e trarne, al contempo, il massimo tornaconto.
Alla Serao non era sfuggito neanche che lo Stato aveva predisposto e seguita ancora oggi a prescrivere la migliore ricetta per massimizzare l’utilità di fumide oligarchie che con la democrazia non hanno nulla a che vedere, la burocrazia. L’attivazione della tentacolare macchina burocratica è il migliore espediente per giustificare gli sprechi di spesa pubblica (in macroeconomia indicata con “G”) ed il profilo di Leviatano associabile allo Stato e alla sua dissimulata tirannide. La Serao, dotata di un intuito sopraffino sapientemente custodito nel proprio aspetto giunonico e austero, aveva dunque preconizzato le moderne teorie sull’ accaparramento del potere politico attraverso manovre rialziste di spesa pubblica elaborate di recente dall’ economista americano Arthur Niskanen.
E’ difficile disconoscere perciò le intuizioni economiche e filosofiche che animavano gli imponenti slanci letterari e giornalistici di Matilde Serao, se non con una dose massiccia di incoscienza. In una breve intervista di inizio Novecento su argomenti cruciali come voto e potere, la Serao ebbe modo di sfoggiare tutta la sua onestà e il suo spessore intellettuale rispondendo a tono. “Non mi interessa il colore politico di chi andrà a governo perché non voterò mai per gli affaristi, per i loro amici e per gli amici degli amici”.
Probabilmente, se la Serao avesse vissuto le peripezie, gli artifizi e i meccanismi disfunzionali innescati dall’Unione Europea per soggiogare l’ Unità Nazionale (termine caro al filosofo e legislatore cilentano Parmenide, non ai fascisti) avrebbe esortato vivacemente i suoi elettori più colti e avveduti ad astenersi dal voto in qualunque competizione elettorale.
Quanto ai deliri di certi ambienti attigui alla sinistra e alle sue discutibili appendici rappresentative che inscrivono le rivendicazioni dei diritti femminili nell’ angusto perimetro delle blaterazioni sindacali va precisato che il pensiero della nota scrittrice e’ molto più elevato e poliedrico di quanto sembra. Difatti, la Serao aveva inteso bene che la lotta per la dignità della figura femminile andasse ben oltre la farsa della politica investendo, piuttosto le dinamiche dell’ appropriazione del potere siglate dal passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale.
La politica delle rivendicazioni al femminile e’ solo la punta dell’iceberg, una versione di facciata del disegno plutocratico incentrato sulla gestione androgena del potere. E’ questo in buona sostanza l’ amaro riscontro che la Serao diffonde fragorosamente nelle sopite coscienze di ciascuno. La policromia caleidoscopica della Serao investe, dunque, gli ambiti culturali e gnoseologici più disparati rispetto ai quali l’ autrice appare come un vero e proprio profeta senza tempo ne’ etichette, oltre che una cronista faconda in attesa di congrua evidenza.




















