Un malessere che viene da lontano
A Caserta il dibattito sui grandi eventi davanti alla Reggia di Caserta si riaccende ciclicamente. Ma questa volta a parlare è chi, tra i tanti, lavora ogni giorno dietro le quinte dell’accoglienza cittadina, Gaetano Ciontoli, noto ristoratore casertano.
Uno sfogo lucido, più che polemico, che centra il punto: il divario tra evento e territorio. “Si parla spesso di turismo e spettacoli davanti alla Reggia, ma troppo spesso ci si dimentica di chi lavora nel settore dell’accoglienza e della ristorazione tutto l’anno”.
Eventi “chiusi” e città esclusa
Il nodo principale è l’organizzazione stessa dei concerti: villaggi temporanei con food & beverage interni, orari concentrati (21:00–23:30), parcheggi decentrati (Casagiove, San Nicola, San Leucio, area stazione). Risultato? Flussi che arrivano, consumano dentro l’evento e vanno via.
“Nei villaggi si trova di tutto, mentre le attività della città continuano a pagare tasse e spese fisse 365 giorni l’anno”. Una dinamica che, di fatto, crea un sistema parallelo che non dialoga con il tessuto urbano.
Il tema (delicato) del bene UNESCO
C’è poi un altro aspetto, meno discusso ma centrale: l’utilizzo di piazza Carlo di Borbone, spazio monumentale di altissimo valore storico. La Reggia di Caserta è patrimonio UNESCO, e la piazza – di competenza comunale – diventa teatro di eventi ad alto impatto.
Il tema che solleviamo è duplice: usura e manutenzione, con costi che ricadono sulla collettività, coerenza d’uso di uno spazio monumentale.
Turismo o consumo rapido?
La domanda posta dal ristoratore è diretta: “Qual è il vero ritorno per i casertani da questi grandi eventi?” Il beneficio sembra limitarsi soprattutto al comparto ricettivo (B&B), mentre ristoranti, bar, attività del centro, restano ai margini.
E il dubbio finale è quasi provocatorio: “Siamo certi che 10 date di Gigi D’Alessio servano a creare turismo che valorizzi il territorio?”
Una possibile alternativa: integrare, non isolare
Qui il tema si collega a una visione più ampia già emersa nel dibattito cittadino: ripensare gli eventi come parte di un ecosistema urbano, non come episodi isolati.
L’area dell’ex Macrico , da anni oggetto di idee, alcune irrealizzabili, altre fattibili, potrebbe rappresentare un laboratorio con una struttura apripista che solleciti e sensibilizzi altri investimenti: un Palaeventi stabile (leggi qui l’articolo), capace di ospitare concerti e sport, un medio parco urbano fruibile tutto l’anno, viali attrezzati con strutture leggere (casette in legno) affidate agli operatori locali.
Un modello che cambierebbe approccio: dagli eventi “chiusi” a eventi diffusi e integrati; dal consumo interno alla circolazione economica cittadina; dall’occasionalità alla continuità.
Il vero nodo: governance e visione
Il punto non è essere contro i concerti, il punto è come vengono progettati. Senza integrazione con il commercio locale, politiche di incentivo (convenzioni, percorsi, navette verso il centro) e una regia pubblica forte, il rischio è quello descritto nello sfogo: eventi che funzionano, ma non per la città.
In conclusione
Caserta non rifiuta i grandi eventi, chiede, piuttosto, di esserne parte. Perché senza un legame reale con il territorio, anche il successo rischia di restare un’illusione: pieno sotto il palco, vuoto intorno.




















