Caserta. Lo Stato è stato condannato a risarcire Pietro Cappella per l’ingiusta detenzione subita nell’ambito della nota inchiesta “Assopigliatutto”, che nel 2016 scosse profondamente il territorio del medio e alto Volturno. A stabilirlo è stata la Corte di Appello di Napoli, collegio specializzato per la riparazione dell’ingiusta detenzione, che ha riconosciuto all’ex presidente del Consorzio di Bonifica del Sannio Alifano la somma di 3.500 euro a titolo di riparazione.
Una cifra che, pur certificando formalmente l’errore giudiziario, non soddisfa Cappella, il quale ha annunciato ricorso in Cassazione per l’esiguità dell’importo riconosciuto.
L’arresto nell’inchiesta Assopigliatutto e la scarcerazione
Cappella fu arrestato il 13 settembre 2016 con l’accusa di corruzione aggravata e turbativa d’asta, nell’ambito di una più ampia indagine che coinvolse amministratori locali, sindaci e dirigenti pubblici e che ruotava attorno alla società Termotetti Costruzioni. All’epoca, Cappella era presidente del Consorzio di Bonifica del Sannio Alifano e candidato alla rielezione.
Su disposizione del GIP Ivana Salvatore, venne applicata nei suoi confronti la misura cautelare della custodia in carcere, con detenzione presso la casa circondariale di Poggioreale.
Tuttavia, appena venti giorni dopo, il 3 ottobre 2016, il Tribunale del Riesame di Napoli annullò integralmente la misura cautelare per mancanza di gravi indizi di colpevolezza, disponendo l’immediata scarcerazione. La Procura non presentò ricorso in Cassazione contro quella decisione.
L’archiviazione definitiva e l’ingiusta detenzione
Il percorso giudiziario si è concluso definitivamente solo anni dopo. I sostituti procuratori Alessandro Di Vico e Giorgia De Ponte non avanzarono richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Cappella, arrivando nel 2019 a chiedere l’archiviazione della sua posizione per impossibilità di sostenere l’accusa in giudizio.
Nel 2021, a cinque anni dall’arresto, il GIP Ivana Salvatore dispose l’archiviazione definitiva del procedimento, certificando l’assenza di riscontri a carico dell’ex presidente del Consorzio.
Su questa base, nel luglio 2020, l’avvocato Paolo Falco, difensore di fiducia di Cappella, aveva presentato istanza di riparazione per ingiusta detenzione, ora accolta dalla Corte d’Appello di Napoli.
La decisione della Corte e il ricorso annunciato
La Corte, presieduta da Donatiello e composta dai giudici Gallucci (relatore) e Cioffi, ha riconosciuto la riparazione per l’ingiusta detenzione, condannando l’Amministrazione dello Stato al pagamento di 3.500 euro in favore di Cappella.
Una somma che l’interessato definisce “irrisoria”, annunciando battaglia legale: “Ricorrerò in Cassazione per l’esiguità della somma riconosciutami a fronte dell’enorme torto subito insieme alla mia famiglia. Non è accettabile che si riconosca l’ingiusta detenzione e poi si liquidino quattro spiccioli, del tutto sproporzionati rispetto al danno morale, personale e d’immagine subito”.
Secondo Cappella, l’arresto ebbe conseguenze devastanti anche sul piano politico e amministrativo, bloccando la sua rielezione alla guida del Consorzio e interrompendo un percorso di risanamento dell’ente.
La vicenda giudiziaria di Pietro Cappella si inserisce nel più ampio contesto dell’operazione Assopigliatutto, che ebbe grande clamore mediatico ma che, per alcune posizioni, si è conclusa con assoluzioni e archiviazioni.
Come previsto dall’ordinamento, il riconoscimento dell’ingiusta detenzione certifica che la restrizione della libertà personale fu subita senza che vi fossero i presupposti di legge, fermo restando che ogni persona è da considerarsi innocente fino a sentenza definitiva.




















